La fiction “Doc – Nelle tue mani” sa raccontare, con il linguaggio della televisione, il valore umano della medicina: il rapporto con il paziente, il lavoro di squadra, il peso delle decisioni, la responsabilità e la capacità di non perdere l’umanità anche nelle situazioni più difficili. Ma, nella sanità reale, quella vissuta quotidianamente da noi medici, quanto spazio resta oggi, per quel modo di essere medici?
Nella sanità pubblica italiana, e anche in quella veneta, il divario tra ciò che la professione richiede e ciò che il sistema consente di fare appare sempre più evidente. Le responsabilità aumentano, i rischi professionali e personali crescono, gli adempimenti burocratici si moltiplicano.
La aziendalizzazione della sanità, che vede il paziente come consumatore di assistenza, il Medico come un semplice fattore produttivo ha ridotto il Medico a burocrate o a semplice produttore di prestazioni sostituendogli il fonendoscopio con il cronometro e togliendogli anche il tempo necessario per la relazione di cura con il paziente…
A tutto questo si aggiungono carichi di lavoro pesanti, turni difficili, risorse spesso insufficienti e una crescente pressione emotiva. Il risultato è un malessere che non può essere liquidato come semplice stanchezza individuale. È una questione strutturale, che riguarda la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale e la sua capacità di garantire cure sicure, tempestive e di qualità.
Considerato che non si tratta di fiction, c’è una scena che si ripete sempre più spesso nella realtà quotidiana dei nostri ospedali e ambulatori: incontro medici e professionisti sanitari stanchi, delusi, demotivati. Persone che hanno scelto questa professione per curare, ascoltare e prendersi cura degli altri, ma che oggi si trovano a fare i conti con un sistema che rischia di allontanarli proprio dalla ragione per cui hanno scelto di diventare Medici.
Quando i professionisti si sentono soli, poco ascoltati e sempre più esposti, la delusione può trasformarsi in disaffezione, la demotivazione in esaurimento e, infine, nella scelta di lasciare il servizio pubblico o di abbandonare la professione. La fuga dei medici e degli altri operatori sanitari non è soltanto un problema occupazionale: è un segnale d’allarme per il futuro del diritto alla salute.
Di fronte a tutto questo, la politica non può limitarsi a riconoscere il problema nelle dichiarazioni pubbliche o limitarsi a fare promesse. Deve assumersi la responsabilità di decisioni concrete: investire in personale, rendere sostenibili i carichi di lavoro, semplificare la burocrazia, tutelare chi opera quotidianamente in condizioni difficili e restituire autonomia, dignità e fiducia ai professionisti. Anche in Veneto, dove la sanità rappresenta una componente fondamentale del tessuto sociale, occorre affrontare con determinazione le criticità organizzative e valorizzare chi tiene in piedi il sistema ogni giorno.
La domanda, allora, è inevitabile: la politica, le dirigenze il management sanitario non si rendono conto della gravità della situazione oppure sono incapaci di compiere le scelte necessarie? Qualunque sia la risposta, il tempo delle attese si sta esaurendo.
Non possiamo chiedere ai Medici di essere sempre disponibili, resilienti, infaticabili e capaci di compensare con il sacrificio personale le carenze del sistema. Non possiamo costruire una sanità pubblica che funziona soltanto grazie alla dedizione di chi vi lavora, fino al punto di consumarlo.
Come Ordine dei Medici, abbiamo il dovere di dare voce a questo disagio e di richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità. Difendere i medici non significa difendere una categoria, ma vuol dire difendere i pazienti, la qualità delle cure e il futuro della sanità pubblica.
Perché, a differenza di una fiction, la sanità reale non può affidarsi a un eroe che risolve tutto alla fine di ogni episodio. Ha bisogno di professionisti messi nelle condizioni di lavorare bene, di istituzioni capaci di ascoltare e di scelte politiche coraggiose.
La sanità pubblica non ha bisogno di chiedere ai suoi professionisti di fare ancora di più. Ha bisogno di permettere loro di tornare a fare, davvero, i Medici.