Negli ultimi tempi è tornata al centro del dibattito pubblico una questione che tocca le fondamenta stesse della sanità italiana: l’autonomia differenziata e il rischio concreto che questa devoluzione – così com’è proposta – possa accentuare le disuguaglianze in salute tra cittadini di diverse aree del Paese. A sollevare la voce non sono esponenti politici di parte, bensì i rappresentanti istituzionali dei medici e degli odontoiatri italiani, riuniti nel Consiglio nazionale FNOMCeO.

Nel corso di una plenaria svoltasi a Roma, i 106 presidenti degli Ordini provinciali hanno approvato all’unanimità una mozione che chiede di escludere dal processo di autonomia differenziata la materia delle professioni regolamentate. Per gli Ordini, includere competenze come il riconoscimento dei titoli abilitanti nei quattro schemi di intesa con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto rischia di compromettere l’uniformità nazionale delle professioni sanitarie. Un elemento che, nelle intenzioni della FNOMCeO, non può essere negoziato o frammentato senza incorrere in effetti negativi sulla mobilità lavorativa e sul valore dei percorsi di formazione professionale.

Ma la preoccupazione degli Ordini non si ferma solo alla questione dei titoli. Al centro della critica c’è il timore di una progressiva erosione dell’unicità del Servizio sanitario nazionale (SSN), quella rete complessiva di garanzie, diritti e standard di cura che, almeno sulla carta, dovrebbe valere per ogni cittadino italiano, indipendentemente dalla Regione in cui vive. Secondo la FNOMCeO, alcune parti degli attuali schemi di intesa – in particolare quelle riguardanti il “coordinamento della finanza pubblica” e la “tutela della salute” – consentirebbero alle Regioni di riallocare risorse sanitarie basandosi su criteri locali, con il rischio di creare disparità ancora più marcate tra territori già segnati da differenze strutturali e dai livelli essenziali di assistenza.

Il punto di fondo, come ribadito dalla Federazione, è semplice ma di enorme portata: la salute non può diventare campo di sperimentazioni territoriali. In gioco c’è una tensione costituzionale, richiamata più volte nella mozione, tra il diritto alla salute come diritto fondamentale (articolo 32) e il principio di uguaglianza sostanziale tra i cittadini (articolo 3). La FNOMCeO richiama apertamente l’esigenza di rafforzare il ruolo del Ministero della Salute come autorità di garanzia e coordinamento, piuttosto che consegnare alle Regioni strumenti che possano, nella pratica, tradursi in livelli essenziali di cura diversi da Nord a Sud.

Questa presa di posizione pone quindi un interrogativo più ampio: quanto può spingersi l’autonomia regionale in ambito sanitario senza tradire i principi fondanti del nostro sistema di welfare? Per i medici, la risposta è chiara: non abbastanza, almeno non senza una riflessione profonda sui rischi di disuguaglianza e sull’effettiva capacità dei cittadini di avere pari accesso ai servizi sanitari. Sarà interessante seguire come evolverà il confronto politico, ma una cosa è certa: la professione medica chiede di non lasciare le professioni sanitarie preda delle interpretazioni locali, preservando così una visione nazionale orientata all’equità e alla tutela della salute per tutti