È in atto una crisi motivazionale e i professionisti scappano dalla nostra sanità pubblica. L’appello alle istituzioni

Dott. Michele Valente
Presidente OMCeO Vicenza

In una recente intervista il governatore del Veneto ha ribadito quella che è una sua convinzione che già da qualche anno viene ripetuta.
Secondo Zaia per porre rimedio alla carenza di medici (3500 nel Veneto) nella Sanità Pubblica è necessario rendere libero l’accesso alla facoltà di Medicina.


Rimedio, a dir la verità non condiviso dalle Università, dai Ministeri competenti e dagli Ordini professionali. Già l’iscrizione libera al primo semestre, come è stato proposto nella recente riforma dell’accesso alla facoltà di Medicina, suscita molte perplessità e difficoltà realizzative.

A nostro avviso il tema della carenza del personale sanitario (medici infermieri ecc.) viene affrontato con approcci non del tutto corretti e spesso con narrazioni di comodo, tanto da far pensare che non ci sia una convinta volontà di risolvere il problema.

Liste d’attesa infinite?
Pronto soccorsi sotto assedio?
Difficoltà a trovare un ricovero in ospedale?
Migliaia di pazienti senza un Medico di Medicina Generale?
Colpa della carenza di Medici! Ma questa narrazione non convince.

Quanto è reale la mancanza di medici?

Non si direbbe che mancgino i Medici se guardiamo gli elenchi degli iscritti agli Albi degli Ordini professionali. Ogni anno, infatti, si iscrivono al nostro Ordine dei Medici di Vicenza circa 150 medici a fronte della cancellazione di poche decine di unità, il più delle volte per trasferimenti ad altri Ordini provinciali o per limiti di età.
Ci sarebbero i numeri per coprire il ricambio generazionale e per colmare i vuoti di quanti (sempre di più) si dimettono.

Il punto è che i Medici ci sarebbero ma pochi vogliono lavorare nella Sanità Pubblica. Il lavoro nella sanità pubblica non è più appetibile.

Il buon senso direbbe che quando un contenitore perde acqua, prima di cercare di riempirlo bisogna tapparne i buchi, altrimenti non si risolvono i problemi.
I Medici scappano dalla Sanità pubblica, e quello che più sorprende è che vanno via non i più anziani, over 55, ma under 50.
I numeri dicono tutto: nel 2023 nella Reg. Veneto hanno cessato la loro attività 807 Medici, tutti in qualche modo rimpiazzati. Ma il dato emblematico è che per il 67% si tratta di dimissioni inattese, cioè non per pensionamenti o malattia ma per dimissioni volontarie.
La politica e i manager della sanità dovrebbero cercare di capire perché i Medici scappano da questa sanità pubblica, da come l’hanno strutturata e da come la stanno gestendo con una aziendalizzazione spinta, rigida e iper-burocratizzata.
È risaputo che il Medico con l’attuale organizzazione del lavoro e con gli attuali volumi di attività, i vincoli imposti dalla medicina amministrata e burocratizzata, dal rischio di errore non vive più la sua professione con serenità e vede l’ora di scappare. È questione di dignità, di qualità di vita.

DA COSA SCAPPANO I MEDICI?

Scappano da sovraccarichi di lavoro con turni massacranti e conseguente burn-out.
Scappano da una burocrazia complicata con regole che mutano di continuo.
Da una organizzazione del lavoro con direttive spesso dettate dalla necessità di rispettare il budget più che gli obiettivi di salute.
Scappano da cause legali spesso temerarie e dagli avvocati di agenzie di risarcimento
Scappano dalle aggressioni, violenze fisiche e verbali, da minacce e offese di pazienti che non se la prendono con i piani alti ma con chi è in prima linea e ci mette la faccia
Scappano dalla gogna mediatica che attacca non tanto perché hai sbagliato diagnosi ma perché non hai soddisfatto i loro desideri o più spesso pretese che non hai potuto soddisfare
Scappano perché non hanno più una vita privata e familiare decente, perché oberati da turni, guardie, ambulatori di reparto, reperibilità, ferie rinviate, riposi saltati anche dopo turni notturni (perché il medico non abbandona mai il paziente che sta male anche se è scaduto il suo orario di servizio.)
Scappano da stipendi i più bassi di Europa.

È in atto una crisi motivazionale
I Medici percepiscono una scarsa considerazione della professione (vedi l’ultima della serie: da Il Gazzettino di Venezia “ULSS 3, L’ira del DG sui Medici di base- pensano troppo ai soldi”) e non vedono ragionevoli soluzioni in vista.

L’APPELLO

Cari politici e manager della sanità, occorre far presto e fermare l’emorragia di personale sanitario dal sistema pubblico.
È in atto una crisi motivazionale del personale sanitario e non rendersene conto sta diventando imperdonabile.
È urgente rilanciare le politiche sul capitale umano, rendendo nuovamente attrattiva la carriera nella sanità pubblica, migliorando le condizioni di lavoro degli operatori e restituendo loro una qualità di vita accettabile.
Senza un intervento deciso, il servizio sanitario non sarà in grado di garantire universalmente il diritto alla tutela della salute.