"Stetoscopio" del 08/08/17

Cari burocrati, basta carte! Ridateci il fonendoscopio!


Uno dei grandi mali dell’Italia, c’è chi lo definisce il cancro, è la burocrazia. Un male storico che ci distingue (in peggio) tra tutte le grandi nazioni occidentali. Male che affonda le proprie radici nella storia e che risale all’Impero romano, all’imperatore Claudio che, per togliere potere al Senato, introdusse un sistema amministrativo suddiviso in numerosi uffici e che doveva essere basato su precise procedure unificate. Ovviamente mise a capo di questi uffici i suoi più fidati collaboratori che abusarono del loro potere sulle spalle del popolo. La malapianta mise così radici e, come avviene per il cancro, divenne estremamente frammentato crebbe e si espanse grazie al proliferare di leggi e regolamenti, toccando il proprio apice sotto l’impero Bizantino. Sono trascorsi millenni ma la sostanza non è cambiata di molto: l’impressione è che i burocrati facciano di tutto per condurre nella maniera peggiore le decisioni dei politici, salvo chiederci se, come l’imperatore Claudio, non siano i politici a servirsi della burocrazia per raggiungere i propri obiettivi.
Un caso eclatante è quello della Sanità e dei lacci e lacciuoli che intralciano e ostacolano l’esercizio della professione medica con la scusa di razionalizzare e
andare incontro alle esigenze del cittadino. Fingendo di ignorare che l’esigenza del cittadino è di venire curato presto e bene.


Curare bene non è curare presto

Il curare bene dipende certamente dalla preparazione e dalla capacità professionale del medico ma anche e soprattutto dal tempo che dedica al paziente e all’approfondimento delle sintomatologie che lamenta. Non sempre ciò si concilia col “fare presto”.
Ci siamo già occupati del contestato tentativo di trasformare i medici in “cottimisti della salute” imponendo un minutaggio per ogni singola prestazione, in netto
contrasto con l’esigenza del “curare bene”, così come a suo tempo abbiamo dato spazio al ventilato provvedimento (finito fortunatamente nel limbo degli annunci) di trasformare i medici di famiglia in impiegati della Regione imponendo loro di prenotare le visite specialistiche e gli esami di laboratorio direttamente all’atto della
prescrizione. E’ stato presentato come un servizio a vantaggio dei cittadini ma senza considerare i “danni collaterali” per i cittadini stessi: allungamento delle attese nelle anticamere dei medici di famiglia e quindi minor numero di visite per i pazienti che ne hanno bisogno e diritto.
I tempi burocratici già si sono allungati con le ricette dematerializzate che necessitano di più passaggi al computer, l’attesa per collegarsi al server, l’elenco di
domande alle quali rispondere (se si sta visitando in studio, a domicilio, se il paziente sta chiamando al telefono, se è una richiesta indiretta o se si sta solo consultando la scheda) e il cui riepilogo servirà per inviare a fine mese i flussi alla Regione. Una volta visitato il paziente si arriva alla ricetta dematerializzata e alla stampa del promemoria. Se tutto va bene e il server non si blocca. E poi sempre per via telematica occorre inviare i certificati di malattia, di invalidità civile, mentre a fine mese si deve inviare in Regione e all’Ulss i flussi con il riepilogo delle visite effettuate in ambulatorio, a domicilio e delle prestazioni eseguite. Infine bisogna inviare, sempre per via telematica, al Ministero delle Finanze tutte le fatture emesse nei confronti dei pazienti per la compilazione del modello 730. Come tempo dedicato alla burocrazia non è male!


L’insofferenza colpisce anche i pazienti


Le solite lamentele dei medici mai contenti, qualcuno penserà. Non è cosi, perchè delle incongruenze della burocrazia si lamentano anche i cittadini. Emblematica la lettera di un paziente pubblicata su un quotidiano del Centroitalia: “dovendo sottopormi a una operazione alla gamba per una piccola lesione, il medico di base fa la richiesta per la visita chirurgica. Passo la visita e con grande stupore il chirurgo mi fa la richiesta per altra visita chirurgica con chi effettivamente mi opererà. Finalmente prendo appuntamento per l’intervento in day hospital. Per me la prima visita non serviva e il chirurgo poteva essere impiegato in modo più utile, io non pagavo un doppio ticket, non perdevo una mattinata e facevo un viaggio in meno in auto”. Questione di buon senso, ma di passaggi burocratici inutili se ne possono fare a iosa.
Per esempio per il diritto di avere gratuitamente i pannoloni per pazienti incontinenti (nell’Ulss vicentina sono quasi 6000), la trafila sfiora il ridicolo. Giusto
pretendere la prescrizione di un medico specialista per l’indicazione della diagnosi e la conseguente dicitura “grave incontinenza stabilizzata urinaria/fecale”, ma che cosa pensare del necessario rinnovo annuale che esige una nuova certificazione dal medico curante da consegnare al distretto sanitario, con spreco di tempo e di carte per i pazienti e per i medici? Se la grave incontinenza è “stabilizzata” non scompare certamente dopo un anno, è irreversibile. E allora cosa vogliono i burocrati? Misteri bizantini. Incomprensibili a tutti ma soprattutto per i medici che chiedono solo di poter lavorare per il malato, studiare e assicurare un’assistenza sempre più qualificata e che invece rischiano di affogare in un mare di carte costretti a stucchevoli e inutili percorsi dirigenziali di marketing, customer satisfaction, budget e piani operativi.


Per favore, ridateci il nostro amato fonendoscopio!